I ragazzi del De Nicola partecipano al “vento di bellezza”

23 Maggio 1992, ore 17.58. Un adeflagrazione potente squarcia un tratto dell’autostrada A29 che collega Palermo a Trapani, nella zona di Capaci. Tre automobili si inabissano in un mare di detriti e pietre. Cinque persone perdono la vita. Sono Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Francesca Morvillo e Giovanni Falcone. Ventitre sono i feriti ma anche per chi sopravvive nulla sarà più come prima. Nulla sarà più come prima. La frase è stata ripetuta tante volte in questi ventisette anni. Inizialmente nel segno della sconfitta, resa ancora più cocente e disperata quando, meno di due mesi dopo, il 19 Luglio, a Palermo, in via D’Amelio, un’altra sconvolgente deflagrazione cancella la vita di altre sei persone:  Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Emanuela Loi, ragazza sarda di appena venticinque anni, prima donna a far parte di una scorta e Paolo Borsellino.

La convinzione che nulla sarà più come prima è anche nelle tre amarissime parole pronunciate dal giudice Antonino Caponetto: “E’ finito tutto” Il dottor Caponetto ha guidato il pool antimafia alla morte del suo collega Rocco Chinnici lavorando in simbiosi con Falcone e Borsellino. Le due stragi provocano una lacerazione profonda nell’animo di questo grande magistrato che tuttavia proverà, qualche giorno più tardi come lui stesso riconosce, la consolazione di vedere la gente reagire perché là dove nobili vite sono state spezzate altre vite si nobilitano in un’assunzione di consapevolezza e responsabilità: la mafia va combattuta e la possiamo vincere tutti insieme, come ci insegna anche l’associazione Libera, con la forza dei numeri. Il 23 Maggio è diventato un giorno speciale di commemorazione e ricordo ma anche il giorno in cui la società civile rinnova l’impegno di onorare il lavoro e il sacrificio di coloro che hanno testimoniato che la mafia si deve e può vincere. Dal 2002 decennale della strage, inoltre, un simbolo di questa giornata è la nave della legalità sulla quale si imbarcano numerosissimi studenti e docenti.

Raggiungiamo il porto di Palermo al mattino presto per unirci sia agli studenti che si sono imbarcati sulla nave (oltre 1500) sia alle diverse migliaia (si parla di 70.000 fra studenti e accompagnatori e componenti di varie associazioni) che hanno raggiunto Palermo. All’arrivo al molo Santa Lucia il primo colpo al cuore è nell’immagine dei due volti uniti di Giovanni e Paolo che attraverso la nave della legalità, lungo il percorso compiuto da Civitavecchia in direzione di Palermo, si sono specchiati nel mare italiano unendo le sponde e le persone. A Civitavecchia gli studenti e i loro docenti hanno ricevuto l’abbraccio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sulla nave hanno viaggiato anche il ministro dell’istruzione Marco Bussetti e il professore Nando Dalla Chiesa. Le forze dell’ordine, numerosissime, oltre al loro servizio di protezione e tutela quest’oggi offrono un servizio di navetta con i loro mezzi, per permettere a tutti di raggiungere più facilmente la loro destinazione. Le celebrazioni si svolgono in differenti luoghi della memoria fra i quali vi sono le vie D’Amelio e Notarbartolo, piazza Magione, il carcere dell’Ucciardone e Capaci. Il nostro gruppo si divide fra chi si reca in piazza Magione e chi presenzia alle celebrazioni nell’aula bunker dell’Ucciardone dove si è svolto il maxiprocesso e dove intervengono autorità italiane ma anche illustri ospiti di altra nazionalità. Prendono la parola la professoressa Maria Falcone sorella di Giovanni, presidente della Fondazione Falcone e promotrice assieme al Miur dell’iniziativa, il Presidente della Camera Roberto Fico, il professore Nando Dalla Chiesa docente di sociologia della criminalità organizzata, insieme a ministri, onorevoli, magistrati, rappresentanti delle forze dell’ordine e degli organismi internazionali di lotta al crimine. La celebrazione di quest’anno è dedicata, più specificamente, alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale. Tale convenzione, firmata a Palermo nel 2000 da 148 Stati, è stata nel tempo modificata mentre sono aumentate le adesioni che portano al coinvolgimento di 189 Stati. Essa costituisce un forte segno di come le idee di Giovanni Falcone abbiano riscosso consenso e la loro concretizzazione porta ad una lotta globale del fenomeno proprio perché globale anch’esso. La mafia dev’essere combattuta e può essere vinta. Tutti gli interventi convergono sottolineando come sia necessario intervenire contemporaneamente su più fronti. Un fronte è quello della repressione del crimine e Giovanni Falcone, con la sua straordinaria conoscenza del fenomeno, aveva individuato le strategie più efficaci  per la lotta alla criminalità mafiosa per la quale occorre il contributo di tutti gli organi competenti ed una collaborazione internazionale fra Stati in modo da superare i limiti di competenza che i confini territoriali costituiscono, riuscire ad intercettare gli interessi economici che sono alla base del fenomeno mafioso e colpirli. Un secondo fronte è quello della corretta informazione, come ricorda anche il Presidente della Rai Marcello Foa, e dell’educazione alla legalità che riguarda tutti i cittadini, in tutti i settori della vita collettiva, e che vede impegnate sempre le istituzioni pubbliche – ricordiamo che Paolo Borsellino si recava nelle scuole, e come lui altri magistrati – ma partecipi anche tante associazioni. Gli effetti dell’educazione alla legalità si leggono oggi in questa eccezionale partecipazione collettiva, in questa mobilitazione che non è paragonabile a nessun’altra, in questo “vento di bellezza” - così viene definito questo popolo di giovani e giovanissimi dal dottor Federico Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo – che testimonia un forte risveglio delle coscienze. Avete chiuso 5 bocche – recita un cartellone – ma ne avete aperte 50 milioni. Il sacrificio non è stato inutile. C’è poi un altro fronte ed è l’esigenza, che lo Stato deve soddisfare, di una maggiore giustizia sociale perché la mafia cerca consenso nei ceti che si sentono abbandonati dallo Stato perché privati dei beni fondamentali come la casa, l’assistenza sanitaria, l’istruzione ed è proprio il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a sottolinearlo. Nel frattempo, in piazza Magione dove Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sono nati e cresciuti intrecciando per un misterioso destino le loro vite di Grandi Uomini, sembra sia in atto una grande festa. E’ la festa della vita, della voglia di scrivere le pagine della storia ripulendole dalla violenza della cultura mafiosa: si canta, si balla, si dipinge, si preparano i cartelloni che serviranno nel corteo del pomeriggio, si mangia pure. Da piazza Magione ci rechiamo nella vicina via della Vetreria dove sorge la casa di Paolo Borsellino – quella di Falcone bambino non esiste più, purtroppo, c’è solo una lastra a ricordarlo. Un volontario raccontando di Paolo si commuove. Nel pomeriggio i due gruppi si riuniscono per intraprendere il lungo cammino fino a via D’Amelio dove è avvenuta la seconda gravissima strage del 1992. Qui l’esplosivo oltre a Paolo ha  ucciso altre cinque persone . Adesso vi sono un albero ed una lapide a ricordo e frequentemente chi vi si reca lascia un fiore, un fazzoletto, un oggetto a testimonianza di una unione che va oltre lo spazio e il tempo. Poco dopo le 16 inizia il corteo, marea di giovani che camminano accanto ai loro insegnanti, che scandiscono i nomi di Paolo e Giovanni, che esprimono il loro dissenso da una cultura che non rappresenta certo l’Italia ma nemmeno la Sicilia. E al passaggio del corteo le persone si affacciano dai balconi dove hanno appeso bianchi lenzuoli, salutano, applaudono. Noi siamo lì, sulla strada; loro solo un po' più in alto; tutti a testimoniare che crediamo nella forza della gente comune e in una diversa Italia, in una differente Sicilia. Siamo lì a testimoniare che non vogliamo chiuderci nelle case a occuparci solo dei nostri problemi ma che crediamo nel bene comune, nella vita comune, nella città comune. Siamo lì a testimoniare che non vogliamo restare in silenzio, indifferenti, accondiscendenti, ma vogliamo costruire e diffondere una cultura di legalità e non violenza.     Dopo circa due ore di cammino arriviamo, fra entusiasmo e commozione, in via Notarbartolo dove Giovanni Falcone ha vissuto. Il suono potente e austero di una tromba suonata dal trombettiere della Polizia di Stato ci invita al silenzio: sono le 17.58, l’ora della strage. Nel cielo volano tanti palloncini e viene intonato il nostro inno perché l’Italia è questa, questo popolo in cammino che vuole testimoniare oggi e sempre i valori della legalità e dell’onestà. E’ arrivato il momento di tornare indietro. Ognuno di noi riporta, di oggi, mille immagini, mille volti diversi, mille colori negli occhi e nell’anima. E negli occhi abbiamo l’azzurro del mare e del cielo di Palermo; il bianco dei lenzuoli appesi alle ringhiere dei balconi in segno di condivisione; il rosso che è il colore dell’agenda, purtroppo scomparsa, di Paolo Borsellino e del sangue versato da chi servendo lo Stato ha servito noi cittadini. Sono passati già ventisette lunghi anni ma anche se il tempo venisse raddoppiato il nostro impegno resterebbe quello di non dimenticare quei volti, quei nomi, quelle idee e di farle camminare sempre, anche con le nostre gambe. Se dovessimo legare questo giorno ad un’immagine non unica ma prima fra le altre forse allora sceglieremmo la foto dove i volti di Giovanni e Paolo, vicini l’uno all’altro, uniti anche da un sorriso complice, riprodotti su un muro di un alto palazzo, sembrano vegliare su Palermo, sulla città e il suo porto, sugli uomini e le imbarcazioni, e costeggiando il lungomare è possibile continuare a scorgerli anche da lontano. E sappiamo di poter continuare a sentire il loro sguardo su di noi.

Prof.ssa Martina Pavone